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Lectio divina – VI Domenica di Pasqua – Anno B

Inserita il: 07/05/2021

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Gv 15, 9-17
“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi.
Rimanete nel mio amore”

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

CONTESTO E TESTO
Il testo del Vangelo di questa sesta domenica di Pasqua continua la pagina evangelica centrata sul simbolo della vite e dei tralci, all’interno del grande discorso di addio. In questa seconda parte del discorso Gesù declina il tema del “rimanere” nell’amore, rimanere in Lui e mette in parallelo l’amore del Padre nei suoi confronti e il suo amore verso i discepoli e offre il criterio per cui i discepoli rimangano nel suo amore: osservare i suoi comandamenti, che poi si riassumono nel suo lascito testamentario: “amatevi come io vi ho amato”, perché “voi siete miei amici”.

APPROFONDIMENTO DEL TESTO
Gesù ci dice che è lo stesso amore del Padre che nel Figlio giunge fino a noi chiamati a dimorare nell’amore. L’amore divino, che è trinitario, è il nostro luogo esistenziale. Gesù ci comanda di restare nel suo amore, cioè di restare dentro a quell’atto eterno che è l’amore del Padre che genera il Figlio. Questi ci rende partecipi dell’amore generante del Padre, non solo perché ci rivela il nostro essere immortali e quindi che siamo collocati nell’eternità ma Gesù ci rivela che dimorando in Lui noi siamo posti nell’eternità divina del Figlio.
 
Si dimora nel suo amore se si osservano i suoi comandamenti. Gesù presenta se stesso come modello. Egli ha osservato sempre i comandamenti del Padre suo, cioè si è nutrito sempre della sua volontà (cfr. 4,34) fino ad accogliere il comandamento supremo quello di dare la sua vita per le sue pecore (cfr. 10,18). Egli ci comanda di fare lo stesso nei suoi confronti cioè di obbedirgli con la stessa dedizione e lo stesso amore che sono in Lui. Noi possiamo fare questo perché in noi vi è il suo amore ed è esigenza del suo amore che noi facciamo come Lui ha fatto. 
 
L’obbedienza ai comandamenti del Cristo è quindi frutto dell’amore del Padre e del Figlio in noi e nello stesso tempo ne è rivelazione. Perché questa meravigliosa circolarità divina sia operante in noi dobbiamo determinarci in questo rapporto di obbedienza a Gesù che costituisce l’essenza dell’atto di fede e che ha come luogo del suo agire l’amore.
 
Gesù rivela questo rapporto suo con il Padre e con noi per comunicarci la sua gioia, quella di essere Figlio nella perfetta obbedienza al Padre. Questa sua gioia in noi diviene pienezza, cioè compimento della nostra stessa gioia. La speranza è proprio questa, sapere che in noi c’è questa gioia e che il suo manifestarsi è legato alla nostra obbedienza ai suoi comandamenti.
 
Questo rapporto però può essere alterato con altre gioie che tuttavia non portano a pienezza; esse sono sempre minacciate dalla loro cessazione o dal loro contrario. Quella di Gesù invece è piena perché è eterna cioè non soggetta a mutazione in quanto si colloca nel nostro spirito come effetto della nostra fede. 
 
Perché la sua gioia in noi sia piena – Sono parole così calcolate, una ad una, che noi dobbiamo prendere alla lettera, ma una dopo l’altra: l’unico grande amore del Padre, il Padre lo pone e lo suscita nei nostri cuori, malgrado noi stessi, quando ci sentiamo deboli, malati. Come può essere che l’amore sconfinato del Padre, con cui ama il Figlio, sia in noi nel senso che Lui ci ama e noi Lo amiamo? La nostra esperienza sembra dirci il contrario, ma questo amore segreto e radicale è veramente in noi. È segreto perché si nasconde anche ai nostri occhi, perché noi non possiamo mai essere certi di averlo; ma solo che noi penetriamo nella nostra miseria e oltre essa, possiamo trovare che lo amiamo.
 
Poi Gesù ricapitola tutti i suoi comandamenti in quest’unico che già ha annunciato come nuovo (cfr. 13,34). Infatti ogni comandamento dell’antica Legge e ogni comando, che Gesù ci dà come nostro Signore e Maestro, ha come anima l’amore e come verifica l’amore vicendevole. Questi ha come misura il suo amore per noi. Se da una parte sentiamo le resistenze nostre ad amare con affetto sincero i nostri fratelli di fede e di lasciarci amare da loro, dall’altra abbiamo speranza perché l’energia dello Spirito Santo, che è lo stesso amore divino, è operante in noi per abbattere ogni ostacolo. Ciò che annulla l’energia dell’amore divino in noi è la pretesa di piegarla a quello che noi riteniamo amore senza lasciarci convertire all’amore stesso di Dio. 
 
Gesù fa qui un enunciato generale. L’amore ha come sua natura di amare mettendo in gioco la vita di chi ama. Questi non ha nessun timore di sacrificarla per chi da lui è amato. Posto questo principio, annunciato anche in Rm 5,6-8, Gesù ne fa un’applicazione in quello che segue.
 
Egli non parte dall’esatta applicazione del principio: cioè io vi amo perché per voi do la mia vita, ma parte da noi. È infatti un dato indubitabile che Egli ci ami, ciò che invece è incerto che siamo noi ad amarlo. Il rivelarsi del suo amore per noi nella tenerezza dell’amicizia è condizionato al manifestarsi del suo amore per Lui nel fare ciò che Egli ci comanda.
 
È già un grande onore essere chiamati servi del Signore; questo è infatti il titolo che Maria si attribuisce davanti all’angelo nell’annunciazione e nel suo canto, come pure l’apostolo Paolo. Questo titolo di totale dipendenza e obbedienza nell’eseguire quanto il Signore comanda, Egli non vuole usarlo perché indica ancora un limite, una certa esclusione dalla piena comunione. Gesù vuole ora usare quello di amici cioè di coloro che Egli ama talmente da far conoscere loro tutto quello che ha udito dal Padre suo. Essi non sono solo introdotti nel consiglio divino come gli angeli e i profeti ma partecipano a quel colloquio personale del Padre con il Figlio. Ascoltando l’Evangelo e obbedendo al Cristo i discepoli entrano in questo rapporto intimo del mistero trinitario. Ogni rivelazione infatti segna un confine. Quello della Legge la nube luminosa e il vedere Dio di spalle (cfr. Es 33,18-23), quella dell’Evangelo la comunicazione del mistero nascosto da secoli in Dio (cfr. Ef 3,5).
 
Ma benché amici la scelta è sempre sua. Noi conosciamo Gesù ed entriamo in questa intima comunione con Lui non perché noi abbiamo scelto di essere suoi amici ma perché Egli ci ha chiamati tali. Nei verbi chiamare e scegliere vi è sempre inclusa un’operazione creatrice compiuta da Dio. L’elezione è finalizzata all’essere costituiti. Il verbo implica un incarico ben preciso e definitivo. 
 
Il Signore affida ai suoi il compito di andare, di essere cioè come tralci che si estendono in tutta la terra portando molto frutto (cfr. Sal 79,12: Ha esteso i suoi tralci fino al mare e arrivavano al fiume i suoi germogli). Egli vuole che questo frutto rimanga: quanti sono evangelizzati dai discepoli permangano nella fede e nella sua conoscenza come poi dirà nella preghiera di santificazione al c. 17. 
 
Come fa Gesù così devono fare i discepoli: chiedere al Padre come frutto la salvezza di ogni persona. La preghiera è nel nome di Gesù quindi è preghiera capace di estendersi a ogni persona. Questo è il comandamento del Signore (v. 12 e v. 17): l’amore reciproco; allora gioia, frutto, acquisizione di membri alla vita della Chiesa è condizionato a questo amore: «fa che amiamo ciò che comandi» (orazione domenicale). Bisogna che amiamo il comandamento dell’amore e allora possiamo ottenere ciò che promette. 
 



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