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Lectio divina della III Domenica di Avvento – Anno B

Inserita il: 11/12/2020

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Gv 1,6-8.19-28
“Sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore”
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

CONTESTO E TESTO
La liturgia della terza domenica di Avvento ci invita ad essere testimoni della gioia, quella gioia che riceviamo in dono gratuitamente dalla Trinità Santa che ci rende partecipi della sua iniziativa d’Amore verso tutto i suoi figli. Infatti questa domenica è tradizionalmente nota come domenica GAUDETE, domenica della gioia, dall’invito che ci viene dall’apostolo Paolo nella seconda lettura che scrive ai cristiani di Tessalonica la sua prima lettera, che è considerata il più antico scritto del Nuovo Testamento. E forse possiamo dire che tutti gli scritti del Nuovo Testamento sono un invito alla gioia, a partire dai Vangeli che ci donano la Buona Notizia di Gesù, nostro Salvatore!
 
Nel Vangelo, che ci presenta brani scelti del prologo di Giovanni, possiamo vedere all’opera il braccio potente e misericordioso di Dio, così come lo vide all’opera il Battista: egli è testimone della luce, voce che annuncia UNO che non conosciamo e che sta in mezzo a noi, e al quale egli non si ritiene degno di sciogliere il laccio dei suoi sandali. Il Battista è il profeta che ci invita a preparare la via del Signore, il Messia che viene dopo di lui e che battezzerà nel fiume Giordano di lì a poco. 

APPROFONDIMENTO DEL TESTO
Giovanni ha coscienza che Dio lo ha inviato. Il Verbo, che lo ha plasmato, è la luce che lo illumina e gli comunica la vita perché egli sia testimone. Nell’Evangelo di Luca si dice che la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto (3,2). Il Verbo di Dio, come fu sui profeti, fu pure su Giovanni e si rivelò a lui come già presente in mezzo al suo popolo. Mentre i profeti precedenti cercavano di indagare a quale momento o a quale circostanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle (1Pt 1,11), Giovanni è inviato perché la luce già risplende nelle tenebre.
 
Non a caso l’evangelo dà molto risalto al nome: e il suo nome era Giovanni. Questo nome è stato scelto da Dio (Lc 1,13). Nel nome è rivelata la missione: «Dio fa grazia»; preannuncia l’Evangelo che sta per essere annunciato. È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11).
 
Egli venne per la testimonianza. Poiché era profeta, egli dette testimonianza a quello che aveva udito e visto. Infatti la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap 19,10). Essendo un vero profeta diede testimonianza alla luce, dichiarò che Gesù era la luce. Udì la voce del Padre, vide scendere e rimanere sul Cristo lo Spirito, udì la voce dello Sposo e dichiarò di essere amico dello Sposo. Avendo in sé lo Spirito della profezia, Giovanni fu illuminato dalla luce e riconobbe in Gesù quella luce che lo illuminava, e come vedendola per primo, non più in modo debole ma chiaro, dichiarò a tutti chi era la luce. 
 
Notiamo poi, che dicendo tutti, noi impariamo che la missione di Giovanni è per sempre. Egli continua a dare testimonianza. Tutti dobbiamo passare attraverso Giovanni per accogliere l’Evangelo. Questo significa accogliere la testimonianza dei profeti dell’Antico Testamento. Giovanni è l’ultimo dei profeti ma la sua testimonianza risuona dalle pagine evangeliche. Quindi tutta la profezia in lui confluisce nell’Evangelo come testimonianza resa a Cristo. 
 
Non era lui la luce. Per quanto sublime sia la profezia, essa è pur sempre testimonianza e bisogna sempre saper cogliere all’interno della parola profetica la luce stessa. Mosé e i Profeti non sono la luce ma rendono testimonianza alla luce, che risplende nella loro stessa parola perché questa è Parola di Dio. L’unica Parola risplende nella Legge e nei Profeti. Avendo conosciuto il Cristo, abbiamo visto la Luce; noi sappiamo che la Legge e i Profeti non sono la luce ma in loro la luce si rivela in virtù della conoscenza evangelica. 
 
L’Evangelo precisa il ruolo della testimonianza di Giovanni. Questa avviene davanti ai sacerdoti e ai leviti mandati dai Giudei. Appaiono già le categorie che stanno di fronte a Gesù. I Giudei sono coloro che coscientemente si oppongono al Cristo e i sacerdoti e i leviti lo immoleranno come vittima sacrificale. Quindi essi provengono da Gerusalemme, la città nella quale il Cristo darà la sua testimonianza. I sacerdoti e i leviti devono interrogarlo: Tu chi sei? Qualificando se stesso, Giovanni confessa di non esser la luce. È questo l’ultimo giorno dell’antica economia; all’apparire della luce, Giovanni le rende testimonianza, è il primo giorno in cui risplende l’Evangelo; all’apparire dello Sposo gli consegna nei discepoli la Sposa. 
 
E confessò e non negò e confessò, la formula ridondante rivela l’importanza di quanto sta per dire e la fermezza della sua confessione. Egli dichiara: «Io non sono il Cristo». Poiché la luce ancora non appare, egli confessa: «Io non sono il Cristo». La parola “io non sono” è la dichiarazione del proprio nulla e si contrappone all’altra che Gesù dice: “Io sono”. Giovanni, come ultima voce dell’A.T., confessa di non essere il Cristo, cioè dichiara di non avere in sé le caratteristiche proprie del Messia che invece si riveleranno in Gesù.
 
Dopo che Giovanni ha negato di essere il Cristo o una delle figure profetiche attese, i sacerdoti e i leviti, mandati da Gerusalemme, desiderano giungere ad una conclusione. «Chi sei?». La risposta che gli inviati ricevono è appunto che il Cristo è presente in mezzo a loro. Anche la stessa domanda serve a dare la stessa risposta: «Che cosa dici di te stesso?». Giovanni non dice nulla di sé se non quello che già è scritto. La sua missione, pur non esprimendosi in quella di Elia o del profeta, è tuttavia già espressa nella divina Scrittura.
 
Egli, infatti definisce se stesso: La voce di uno che grida nel deserto. Egli è la voce, colui che viene dopo di lui è la Parola, il Verbo. In lui Dio parla ancora come nell’Antico Testamento, tra pochi giorni parlerà nel Figlio. Giovanni grida nel deserto, qui si ode la voce e non in Gerusalemme. Il Messia, infatti, viene da oriente per salire a Gerusalemme, viene perciò dal deserto. Qui Giovanni lo attende e qui si fa voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore. 
 
L’Evangelo introduce ora i farisei. Secondo il testo ufficiale i sacerdoti e i leviti sono stati inviati da parte dei Giudei, che erano della setta dei farisei, traduce infatti: quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Se gli inviati, in quanto sacerdoti e leviti, hanno chiesto a Giovanni di dare una definizione di se stesso, ora, come farisei, chiedono la motivazione del suo battesimo. I farisei detenevano un forte potere spirituale fondato sulla stretta osservanza della Legge e sull’insegnamento dei loro maestri. Si ritenevano gli unici depositari della rivelazione contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione orale e quindi autorizzati a controllare e a verificare tutto quello che si manifestava. Essi ritengono che il battesimo, che Giovanni amministra, dovrebbe essere caratteristica degli ultimi tempi perché conferito dal Cristo o da Elia o dal profeta. Dimostrano così di non aver colto nelle parole di Giovanni la sua testimonianza riguardo al Signore. 
 
Il potere che si attribuiscono e il rapporto privilegiato che pensano di avere con Dio impediscono ai farisei di accogliere l’intervento divino che esuli dalla loro cerchia. Essi sono convinti che Dio non possa far nulla senza di loro. Infatti dalla loro domanda traspare la convinzione che Giovanni battezzi di sua iniziativa senza essere inviato da Dio. Con un sottile ragionamento, espresso sotto forma di domanda, essi hanno voluto svuotare di valore la testimonianza di Giovanni: se la missione di Giovanni non entra in una delle tre categorie sopraccitate non è vera e quindi di nessun valore è la sua testimonianza. La Scrittura, che Giovanni cita, non ha per loro valore di testimonianza perché non è interpretata secondo i loro criteri. 
 
Giovanni battezza con acqua in rapporto al Cristo. Questi è colui che è venuto con acqua (cfr. 1Gv 5,6). Giovanni prepara quindi il primo segno della manifestazione del Cristo. Scompare il carattere di conversione (cfr. Mt 3,11) ed emerge come significato la testimonianza: il battesimo con acqua è il luogo dove Cristo comparirà il giorno seguente, il nuovo giorno. Ora Egli sta in mezzo ai Giudei senza essere conosciuto. Essi possono conoscerlo solo dopo che Egli si è rivelato. Essi non hanno il potere di stabilire se Egli è il Cristo, ma come tutti, i farisei devono rapportarsi a Lui con la fede. Senza questa non possono conoscerlo. 
 
Credere significa accogliere il segno che Giovanni compie. Il Cristo viene infatti dopo di lui perché deve passare attraverso l’acqua battesimale. Si manifesta in essa e l’assume rendendola feconda nello Spirito e quindi capace di rigenerare dall’alto. Chi non accoglie il segno posto da Giovanni, non può accogliere nemmeno il Cristo. Giovanni si rapporta al Cristo come colui che non è degno di sciogliere il legaccio del suo sandalo.

L’Evangelo nomina il luogo dove Giovanni ha dato testimonianza di fronte ai farisei: è Betania al di là del Giordano la cui ubicazione è sconosciuta. Essa richiama l’altra Betania, che è vicino a Gerusalemme. Possiamo dire che nella Betania al di là del Giordano Gesù si lascia togliere i sandali da Giovanni per immergersi nelle acque battesimali e a Betania vicino a Gerusalemme Maria cosparge i piedi di Gesù di olio profumato (cfr. 12,3). Qui, al di là del Giordano, riceve i servizi che sono propri delle Genti e, immergendosi nell’acqua, viene a noi; a Betania, vicino a Gerusalemme, i suoi piedi sono unti con olio profumato perché sta per immergersi nella sua Passione, nella quale viene a noi attraverso il Sangue. Nell’una e nell’altra Betania avvengono grandi misteri che toccano i piedi del Signore perché Egli è colui che viene, è il messaggero di lieti annunzi i cui piedi sono belli sui monti (cfr. Is 52,7). Questi sono i piedi che vengono forati sulla croce e che il Signore risorto mostra ai suoi discepoli (cfr. Lc 24,39).

Oltre il Verbo, l’unico a essere ricordato nel prologo è Giovanni. Questo denota la sua importanza. Nessun uomo è posto così vicino a Dio come Giovanni Battista. Nel suo puro negarsi come non appartenente a nessuna categoria egli è il testimone più diretto della Luce increata, del Verbo fatto carne cioè del Cristo. In tal modo Giovanni prepara tutti a credere in Gesù: in lui la preparazione dell’Antico Testamento giunge al suo compimento. Israele deve diventare il nuovo Israele in Colui che in sé ricapitola tutti i titoli e le categorie veterotestamentarie.

 




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