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Lectio divina della XXXII Domenica del Tempo ordinario - Anno A

Inserita il: 06/11/2020

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Mt 25, 1-13
“Ecco lo Sposo, uscitegli incontro!”

1Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. 5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro! 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». 9Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». 10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». 12Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

CONTESTO E TESTO
La liturgia della Parola di questa domenica XXXII ci invita a vegliare in attesa dello Sposo che viene come le vergini sagge della parabola, che vegliano nella notte sospirando l’aurora, esprimendo una profonda sete di Dio, così come la terra deserta, arida invoca l’acqua. 
 
Il contesto del nostro brano è quello che nel Vangelo di Matteo raccoglie gli ultimi discorsi di Gesù prima della sua passione. Discorsi che riguardano gli ultimi tempi, cosiddetti escatologici. È l’ultima arcata dei cinque grandi discorsi di Gesù di cui è composto il Vangelo di Matteo, la sua grande catechesi evangelica, e hanno come tema la perseveranza nel vigilare, con le lampade accese in attesa del ritorno del Signore. 

APPROFONDIMENTO DEL TESTO
Dopo aver profetizzato la distruzione di Gerusalemme e del tempio, nei vv. 42-44, del capitolo 24, Gesù esorta i discepoli a vegliare, a tenersi pronti, perché non sanno il giorno della venuta del Signore. Poi racconta tre parabole sul tema del ritardo nel ritorno del Signore: la prima è quella del maggiordomo che rimane vigilante anche se il padrone ritarda; la seconda è quella delle dieci vergini, che leggiamo in questa domenica; la terza è la parabola dei talenti, che leggeremo la domenica successiva. Prendiamo in considerazione dunque la parabola delle dieci vergini. 
 
Gesù paragona il Regno dei cieli a una festa di nozze a cui tutti siamo invitati, per cui la vita terrena è una preparazione per partecipare adeguatamente al banchetto nuziale. Questa delle dieci vergini è la metafora più bella dell’esistenza umana, paragonata ad un uscire, con in mano la luce, per andare incontro allo sposo. 
 
Le dieci vergini, nel loro insieme raffigurano la Chiesa intera che pellegrina nel tempo, si prepara all’incontro con lo Sposo, Cristo Signore! Sono dieci un numero che indica la totalità, come i dieci comandamenti. Sono vergini per indicare che i battezzati sono resi totalmente nuovi dall’immersione nella morte e risurrezione di Cristo e preparati per essere sposati a Lui, nelle nozze eterne. San Paolo dirà ai cristiani di Corinto: Io provo per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta (2Cor 11, 2). 
 
Queste vergini, dice il testo, uscirono incontro allo sposo: uscire è il verbo tipico dell’esodo, un verbo che descrive bene la parabola della vita umana. Tutti noi usciamo dal grembo di nostra madre per venire alla luce di questo mondo, e usciamo da questa vita per incontrare Cristo ed entrare nella Vita che non ha fine. Ogni giorno e ogni ora è un passo verso di Lui, verso le nozze con Lui. E questo vale per noi battezzati che gustiamo già le primizie in quell’esodo da noi stessi che compiamo per passare dall’egoismo all’amore, dalla morte dell’uomo vecchio alla vita dell’uomo nuovo in Cristo.
 
Nella Chiesa si mescolano persone stolte e sagge, anzi la stoltezza e la saggezza abitano contemporaneamente il nostro cuore e si tratta di decidere a chi vogliamo dare spazio. È una piccola ma costante scelta quotidiana, per compiere l’esodo dall’Egitto della nostra infelicità. La differenza tra l’una e l’altra scelta è avere con sé una riserva di olio o non averlo. Le lampade qui sono delle fiaccole molto luminose, simili alle nostre torce, che venivano alimentate da una bolla di olio che stava alla base della torcia. Le vergini sagge hanno cura di portare con sé una riserva d’olio. È una scelta prudente proprio perché non si conosce esattamente l’ora dell’arrivo dello Sposo. E da dove viene questa prudenza? La prudenza viene dall’ascolto della Parola: coloro che sono fedeli all’assiduo ascolto della Parola di Dio, apprendono quell’arte del discernimento che rende attenti e vigili nelle vicende quotidiane, capaci di operare con sapienza e prudenza, secondo i gusti di Dio. Chi purifica il suo cuore dai pensieri malvagi, cacciandole via, e dalle passioni perverse, contrastandole, diventa libero e creativo per discernere ciò che a Dio piace. Dunque le vergini prudenti, perché in ascolto della Parola, si procurano, insieme alle fiaccole, una riserva d’olio.
 
L’olio raffigura lo Spirito Santo, l’Amore dell’Amore secondo la definizione di sant’Agostino; mentre il vaso che contiene l’olio rappresenta la persona concreta: “Noi portiamo questo tesoro (della fede) in vasi di creta”, come dice l’Apostolo Paolo (Cf 2Cor 4, 7). In ogni istante del tempo che ci è donato questo vaso può essere riempito d’amore o rimanere vuoto. La nostra vita di discepoli del Signore, se vissuta nell’amore, ci procura quella riserva d’olio che arderà di luce in eterno. La prudenza perciò è vivere nel discernimento spirituale, approfittare del tempo presente per imparare a sostituire l’odio con l’amore, la vendetta con il perdono, il conflitto con la pace. 
 
È lo Spirito santo Amore, che ci fa figli della luce, ci comunica l’amore del Padre e ci rende capaci di amare i fratelli. La saggezza consiste nel fare provvista di olio nel vaso al momento opportuno, prima del ritorno dello Sposo. Tutta la nostra vita è chiamata ad essere un vigile e operoso riconoscere le visite quotidiane dello Sposo e attendere la sua visita definitiva quando verrà a prenderci per condurci alle nozze. Il futuro è affidato alle nostre mani. Amare è passare dalle tenebre alla luce, dalla notte al pieno giorno, dalla vita alla morte. Si tratta perciò di vegliare, come ricorda anche la Lettera agli Ebrei: “Vegliate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti ma da saggi, profittando del tempo presente” (Ebr 5,15). Si tratta di responsabilizzarci sull’importanza del momento presente e tenersi preparati con la vigilanza su noi stessi.
 
La parabola registra il fatto che lo sposo ritarda. Fatto verosimile, perché quante volte, nei matrimoni, si attende lo sposo o, più frequentemente, è la sposa che ritarda, e si fa desiderare. Qui però è lo sposo che ritarda e questo è fortemente evocativo del nostro percorso di fede. Ci sono nella vita momenti in cui il Signore tarda, sembra assente e lontano, ma Egli è sempre presente nell’Eucaristia, nella Chiesa, nella Parola, nei fratelli e nelle sorelle che ci vivono accanto, nel nostro prossimo. Se ritarda la sua venuta ultima è solo per attendere la nostra conversione, per darci spazio e tempo di convertirci all’amore.
 
Ma purtroppo, talvolta, il tardare dello sposo genera nella comunità cristiana una specie di rilassamento, un sonnecchiare e addormentarsi che raffredda la carità, che fa calare l’entusiasmo e il fervore spirituale. Momento molto pericoloso perché proprio in questi momenti il tentatore si avvicina con più sfacciataggine. 
 
Il grido che si leva nel cuore della notte è la voce profetica che ci risveglia dal nostro torpore spirituale, è quel momento prezioso in cui qualcuno ci aiuta a prepararci alla visita di Dio. Qui può essere adombrato anche il significato dell’accompagnamento spirituale specialmente dei malati, a cui, quando si avvicina la fine, risulta sempre difficile dire una parola di fede che risvegli l’amore per il Signore e aiuti a prepararsi all’incontro in modo consapevole e sereno. E’ una parola che possiamo dire alle persone a cui vogliamo bene e pregare perché al momento giusto qualcuno lo faccia con noi. È un grido delicato nel tono, forte nella carità.
 
Questo grido ricorda anche il suono della tromba dell’Angelo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà glorioso, tutte le generazioni saranno raccolte alla sua presenza e il Cristo consegnerà il Regno al Padre suo, nella piazza d’oro puro della celeste Gerusalemme (cf Apocalisse 21, 1-21). Il grido qui dice esattamente: “Ecco lo sposo! Uscitegli incontro!” Uscire è lo stesso verbo dell’esodo che abbiamo trovato all’inizio. La morte è il nostro ultimo esodo per entrare nella terra promessa, dove splende la celeste Gerusalemme, come sposa pronta per lo Sposo. (cf Ap 21,22-22,1-20).
 
Nei vv. 7 -10 tutte le vergini si risvegliano per mettere in ordine le loro fiaccole. E’ la risurrezione, che prelude l’incontro con il Signore, lo Sposo. Ognuno si sveglierà con il suo corpo che sarà con o senza olio, con o senza amore, secondo le azioni compiute in vita. Le vergini stolte non hanno più olio, e lo chiedono alle altre ma purtroppo l’olio della carità nessuno ce lo può dare: la nostra risposta d’amore non può essere delegata ad altri, è strettamente personale. Perciò non si tratta di una scortesia da parte delle vergini sagge verso le altre, come potrebbe apparire a prima vista, ma della condizione reale in cui ci troveremo al momento finale se non avremo amato e non ci sarà più tempo per acquisire l’olio che è la carità, l’Amore, lo Spirito Santo.
 
È terribile al v.11 questo invocare disperato delle vergini stolte: “Signore, Signore, aprici!” che richiama la parola di Gesù che troviamo al capitolo 7°: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno ma chi la volontà del Padre” (Mt 7, 21). La volontà del Padre è che ci amiamo come fratelli perché figli suoi. La risposta dello sposo è drammatica nella sua solennità: “In verità vi dico, non vi conosco!”. Dove il verbo conoscere ha tutta la pregnanza di un amore tradito. Questa Parola, rivolta alla comunità dei discepoli, ora è rivolta a noi perché non ci addormentiamo nell’egoismo, nella falsa sicurezza, nell’indifferenza.
 
E Gesù conclude: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Questo ultimo versetto svela l’intenzionalità di Gesù nel raccontare la parabola: vuole avvertirci in anticipo, perché impariamo ad usare il tempo per acquisire la carità, l’olio dell’Amore che verifica la nostra fede e la nostra speranza. Vegliare è il verbo dell’attesa e della speranza.

SANT’AGOSTINO: LE DIECI VERGINI SONO QUALUNQUE ANIMA DELLA CHIESA
“Dovremo dunque, carissimi, intendere che questa parabola si riferisce a noi tutti, cioè assolutamente a tutta quanta la Chiesa, non ai soli superiori, dei quali abbiamo parlato ieri, né ai soli fedeli laici, ma a tutti assolutamente. Ma perché allora cinque vergini sagge e cinque stolte? Queste vergini, cinque sagge e cinque stolte, sono tutte le anime dei cristiani. Ma, per dirvi ciò che pensiamo per ispirazione di Dio, non sono le anime di qualsiasi specie, ma le anime che hanno la fede cattolica e si vedono praticare le opere buone nella Chiesa di Dio, eppure di esse cinque sono sagge e cinque stolte. Ogni anima nel corpo è denotata col numero cinque perché fa uso dei cinque sensi. Noi infatti col corpo non percepiamo alcuna sensazione se non attraverso una porta di cinque sportelli: o con la vista, o con l’udito, o con l’odorato, o col palato, o col tatto. Orbene, chi si astiene dal vedere, dall’udire, dall’odorare, dal gustare o dal toccare cose illecite, riceve il nome di vergine. Ma non basta né la verginità, né le opere buone.
 
Sono vergini eppure sono respinte. Non basta che siano vergini, ma hanno anche le lampade. Sono vergini in quanto si astengono dalle sensazioni illecite, hanno le lampade in quanto fanno le opere buone. Di queste opere il Signore dice: “La vostra luce risplenda davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro ch’è nei cieli”. Ai discepoli dice ugualmente: “Siate sempre pronti con la cintura ai fianchi e le lampade accese”. Nei fianchi legati con la cintura è denotata la verginità, nelle lampade accese le opere buone. 
 
È vero che non si è soliti parlare di verginità a proposito di persone coniugate, eppure anche nel matrimonio esiste la verginità della fedeltà, la quale produce la pudicizia coniugale. Mi spiego: ciascun’anima è chiamata, in modo non inopportuno, vergine in relazione ai sentimenti intimi e all’integrità della fede, con cui ci si astiene dalle cose illecite e si compiono le opere buone; [ricordatevi che] tutta la Chiesa, formata di ragazze e ragazzi, di donne maritate e di uomini ammogliati, è chiamata con il nome di vergine al singolare. Come proviamo quest’affermazione? Ascolta l’Apostolo che dice, non solo alle donne consacrate a Dio, ma assolutamente a tutta la Chiesa: “Vi ho promessi in matrimonio a un solo sposo, a Cristo, per presentarvi a lui come una vergine pura”.
(Discorso 93)

 




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