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Lectio divina - Domenica della Santissima Trinità – Anno A

Inserita il: 04/06/2020

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Gv 3,16-18
“Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio Unigenito”
 
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

CONTESTO E TESTO
Nella prima domenica dopo Pentecoste celebriamo il mistero della Santissima Trinità, che tutto racchiude ed esprime: Dio nel suo mistero non è solitudine infinita ma “relazione” infinita tra Padre, Figlio e Spirito Santo, e noi siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio Trinità, persone in relazione d’amore. Quindi anche noi siamo creati per la relazione d’amore che genera vita e apre a tutte le relazioni.
 
Il tempo ordinario comincia mettendo al centro il mistero cristiano dell’eterno Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È questo il nostro cammino ordinario che si consuma nella gratuità dell’amore, perché il Padre ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio Unigenito. Tutti i battezzati siamo convocati a riscoprire nell’amore trinitario l’origine e il modello della nostra vita nuova, che ci costituisce come Chiesa all’insegna della misericordia e del perdono.
 
Nel brano del Vangelo di Giovanni viene tratteggiato il volto del Padre così come è presentato da Gesù: il Padre è Colui che non perde nessuno dei suoi figli, va a cercarli e vuole che si salvino attraverso il Figlio. Gesù ci tiene uniti a sé e contemporaneamente ci riporta all’amore del Padre, senza il quale non possiamo vivere.
 
Gesù, il Figlio, ha dato la sua vita per ricondurci al Padre e lo Spirito Santo, ogni volta che ci allontaniamo, e lo invochiamo, ci riporta in quella casa dove sono sempre a disposizione la grazia della salvezza, il perdono dei peccati, l’abbraccio del Padre.

APPROFONDIMENTO DEL TESTO
Gesù rivela che il Figlio dell’uomo è il Figlio unigenito di Dio. Questi è colui nel quale Iddio ha fatto il mondo e lo ha amato. Come per mezzo del suo Verbo, Egli ha fatto il mondo così in Lui lo ha amato. Per l’intimo rapporto, che esiste tra il Figlio e il mondo, il Padre ha amato il mondo e ha dato il suo Figlio Unigenito. Questi è, in rapporto al mondo, il Figlio dell’uomo come in rapporto al Padre è il Figlio Unigenito. Perché Egli divenga il Figlio dell’uomo, il Padre lo ha dato, lo ha consegnato perché fosse innalzato.
 
Dalla consegna fatta da Abramo del suo unico figlio Isacco (Gen 22, 1-18) all’innalzamento del serpente nel deserto (Nm 21, 4-9) e del Servo vi è un’unica parola che tutto unifica ed è la rivelazione del mistero di Dio, dell’ineffabile relazione del Padre e del Figlio. Gli eventi, che appaiono sconnessi tra loro, sono in realtà unificati nella rivelazione e nel dono del Figlio Unigenito. In Lui, rivelato e donato fino all’innalzamento sulla Croce, noi siamo amati al punto che, credendo in Lui, non periamo, distrutti dalla morte, ma abbiamo la vita eterna. 
 
La fede nel Figlio, dato a noi, c’immette nel flusso vitale di amore del Padre che ci strappa dal potere distruttore della morte e ci fa vivere la sua stessa vita, che è eterna. I molteplici episodi della Scrittura si aprono così allo sguardo del credente come molteplici aspetti di un’unica rivelazione del Padre che dona il Figlio suo a noi che siamo il mondo, cioè uomini immersi in una realtà di peccato e di morte. In una parola: tutto rivela il suo amore, come dice in Geremia: «Di un amore eterno ti ho amato, perciò ti ho attirato a me con misericordia» (31,3). 
 
Ora l’amore stesso esige che l’Eterno ci redima e ci collochi nella vita eterna. La redenzione non risponde alle nostre esigenze ma a quelle dell’amore eterno del Padre. Nel Figlio, eterno con il Padre, noi siamo redenti e collocati nella vita eterna. Questo perché Egli è buono e perché in eterno è la sua misericordia (Sal 136).
 
La fede illumina la nostra ragione perché vediamo l’assurdo di come all’eccesso dell’amore di Dio rispondiamo con un eccesso d’infedeltà. Benché persuasi che Gesù Cristo ha donato la sua vita e ha sparso il suo sangue per riscattarci dalla morte, da una morte eterna, tuttavia rimaniamo freddi nei suoi confronti e guardiamo con indifferenza nella sua nudità e nella sua estrema povertà colui che è morto per salvarci.
 
Dicendo il Figlio lo distingue da Mosè e quindi dalla Legge. Il Figlio non appartiene all’economia della Legge come vi appartengono Mosè e i Profeti. Questi sono stati inviati per giudicare il mondo perché la Legge è stata data mediante Mosè (1,17). Ora compito della Legge è quello di giudicare e tale giudizio, in rapporto al peccato, che è nel mondo, non cessa. Il Figlio, che ha donato la Legge, ha pronunciato questo giudizio che non è finalizzato alla condanna ma alla salvezza. 
 
Dice infatti: ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Il mondo si riconosce peccatore, crede in Lui, l’Innalzato, e sarà salvato. Chi accoglie il giudizio della Legge e crede nel Figlio è salvato. Il giudizio, che la Parola pronuncia, è dato perché noi, accogliendolo, crediamo e siamo salvati.
 
Da quando risuona la Parola è pure pronunciato il giudizio. Per chi lo accoglie vi è la salvezza nel Figlio. Prima che Egli venisse, si era salvati in virtù della fede in Lui rivelato e promesso, ora siamo salvati in virtù del suo Evangelo. Quando Egli tornerà, il giudizio, da sempre pronunciato dalla Parola, sarà definitivo e renderà tale la scelta che ciascuno ha fatto.
Abbiamo così, con la sua venuta, questo meraviglioso fatto: la Parola da giudicante nella Legge e nella Profezia, diviene salvifica, nell’Evangelo.
 
La Parola dell’Evangelo raggiunge quella apostolica nella Lettera ai Romani. La Legge ha come compito di rivelare pienamente il peccato e la sua forza di morte dalla quale nessuno può sottrarsi perché tutti siamo schiavi del peccato. Il Figlio viene, come il Maestro e il Signore, per esercitare la misericordia verso gli uomini. 
 
Egli viene a liberare lo schiavo, in quanto il Figlio è l’erede di Dio suo Padre, e a sostituire la grazia che giustifica alla legge che condannava; Egli viene a sciogliere dai legami del peccato coloro che esso teneva incatenati. A che cosa sarebbe servito avere nella Legge la coscienza del peccato se non perché nell’Evangelo ci è donata la salvezza?
 
Dal tutto (il mondo) passa al singolare (colui che crede). La salvezza si estende a tutti senza distinzioni o preferenze ma essa diviene efficace solo in chi crede in Lui. 
 
Chi crede in Lui non è giudicato, cessa su di lui il giudizio pronunciato dalla Parola di Dio mediante la Legge e la Profezia.  Cessa la prima parola di condanna: «Polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gn 3,19) perché nel credente è posto il pegno della risurrezione; la Legge desiste dal suo compito di rendere il peccato peccante all’eccesso (cfr. Rm 5,20-21) perché la grazia risana le ferite della colpa; la Profezia non risuona più con le parole della condanna ma apre allo sguardo l’orizzonte delle promesse; la mente si ristora nella Parola evangelica e lo Spirito rende presente il Cristo ai pensieri, alla volontà amante, alle parole e alle stesse azioni. 
 
L’uomo «sente» le sue passioni ma esse si acquietano sotto l’impulso della grazia. Esse ricordano all’uomo che è polvere e cenere e continuamente plasmato dall’artefice divino a sua immagine e somiglianza. L’uomo sa di essere nudo (cfr. Gn 3,7) ma la sua nudità è continuamente coperta dalle vesti bianche della misericordia divina (cfr Ap 3,4-5).
 
Chi invece non crede già è giudicato perché in lui il giudizio pronunciato dalla Parola resta efficace. Egli continua ad essere condannato alla polvere senza avere in sé la speranza di risorgere per la vita. Non ha in sé lo Spirito e, quando egli ode la Parola di Dio, questa risuona per lui di condanna. 
 
Egli cerca di spegnere in sé le accuse della coscienza giustificando il suo peccato e condannando la Legge e così rende più grave la sua stessa condanna perché entra nel vortice della disperazione. Invano egli cerca la pace: il martellio incessante dell’accusa lo tormenta anche quando egli esternamente cerca di placare il tormento interiore.
 
Egli è condannato perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio. Egli non ha creduto nella rivelazione del Nome. Egli ha rifiutato in Gesù la rivelazione del Nome che gli è proprio: il Figlio unigenito di Dio. È chiaro che la luce, che illumina ogni uomo, per operare il giudizio deve venire nel mondo e brillare agli occhi interiori di ogni uomo. Questo è avvenuto e sta avvenendo in forza dello Spirito Santo.
 
Poiché l’adesione alla luce avviene mediante la fede, ora tutto avviene per la libertà di scelta; quando tutto sarà evidente non ci sarà più libertà perché coloro che hanno creduto erediteranno quanto hanno sperato, coloro che invece hanno rifiutato di credere non potranno più scegliere la luce ma riterranno giusta la loro condanna. 
 
Da queste considerazioni si deduce che ogni uomo è posto da Dio di fronte alla luce in una capacità di scelta non condizionata dall’esterno. In questa situazione, in cui egli è posto per grazia, l’uomo può scegliere o rifiutare Gesù come l’Unigenito Figlio di Dio.

IN PREGHIERA CON I PADRI
«Il carattere distintivo della fede in Cristo è questo: il figlio di Dio, ch’è Logos Dio in principio infatti era il Logos, e il Logos era Dio - che è sapienza e potenza del Padre Cristo infatti è potenza di Dio e sapienza di Dio - alla fine dei tempi si è fatto uomo per la nostra salvezza. Infatti Giovanni, dopo aver detto: In principio era il Logos, poco dopo ha aggiunto e il logos si fece carne, che è come dire: diventò uomo. E il Signore dice di sé: perché cercate di uccidere me, un uomo che ha detto la verità? e Paolo, che aveva appreso da lui, scrive: Un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (Atanasio di Alessandria, Seconda lettera a Serapione).
 
«Noi non togliamo al Padre la sua Unicità divina, quando affermiamo che anche il Figlio è Dio. Poiché egli è Dio da Dio, uno da uno; perciò un Dio perché Dio è da Se stesso. D’altro lato il Figlio non è meno Dio perché il Padre è Dio uno. Poiché l’Unigenito Figlio non è senza nascita, così da privare il Padre della Sua unicità divina, né è diverso da Dio, ma poiché Egli è nato da Dio» (Ilario di Poitiers De Trinitate).
 
«Quando affermo che il Figlio è distinto dal Padre, non mi riferisco a due dèi, ma intendo, per così dire, luce da luce, la corrente dalla fonte, ed un raggio dal sole» (Ippolito di Roma).
 
«A partire dal giorno in cui ho rinunciato alle cose di questo mondo per consacrare la mia anima alle contemplazioni luminose e celesti, quando l’intelligenza suprema mi ha rapito da quaggiù per posarmi lontano da tutto ciò che è carnale, da quel giorno i miei occhi sono stati abbagliati dalla luce della Trinità…Dalla sua sublime sede essa spande su ogni cosa il suo irradiamento ineffabile... A partire da quel giorno io sono morto al mondo e il mondo è morto per me» (san Gregorio Nazianzeno).

 




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