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Lectio divina della VI Domenica del Tempo ordinario - Anno A

Inserita il: 14/02/2020

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Mt 5, 17-37
“Non sono venuto ad abolire ma a dare compimento”

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 17«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. [20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.] Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! [27Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.] 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. [33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».]
 
CONTESTO E TESTO
La liturgia della Parola di questa VI domenica del tempo ordinario ci invita a considerare il cammino della fede dall’Antico a Nuovo Testamento: dalla legge antica costituita dai dieci comandamenti si giunge alla pienezza della legge che è il comandamento dell’Amore proclamato e vissuto dal Signore Gesù. È una giustizia più grande propria della Vita nuova ricevuta nel Battesimo.
 
La pericope evangelica ci trasmette in 20 versetti il discorso di Gesù che mette in luce l’assoluta novità del suo insegnamento rispetto alla legge antica: Avete inteso che fu detto agli antichi… ma io vi dico. L’assoluta novità della legge evangelica consiste proprio nella pienezza dell’amore, senza misura e senza calcoli, testimoniata da Gesù stesso con il dono della sua vita.

APPROFONDIMENTO DEL TESTO (FORMA BREVE: 5, 20-22a.27-28.33-34a.37)
Nella Legge e nei Profeti, cioè nelle divine Scritture, è contenuta la volontà di Dio. Ora l’Evangelo, che Gesù annuncia, non abolisce ma porta a compimento la Legge e i Profeti. Si tratta di cogliere questo rapporto, che Gesù qui rivela e che il Nuovo Testamento spiega, perché è qui che Egli si rivela come il Cristo, Colui che insegna con autorità (cfr. 7,29).
 
Anzitutto Gesù non distrugge la Legge e i Profeti. Essi vincolano anche i suoi discepoli. Purtroppo l’accusa fatta a Gesù è quella di abolire la Legge come visibilmente può sembrare con la distruzione del Tempio, per il quale si usa lo stesso verbo in 24,2; 26,61. Anche l’Apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, fa un confronto tra la Legge e l’Evangelo e si domanda: Togliamo dunque ogni valore alla legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la legge (Rm 3,31). La Legge in Cristo è quindi confermata e portata a compimento. Sia l’Evangelo che l’Apostolo dimostrano in che modo essa è confermata e compiuta. Gesù si presenta anzitutto come inviato: «Non crediate che io sia venuto». Egli è quindi inviato dal Padre come lo stesso Apostolo dice: Dio, inviando il suo Figlio in una somiglianza con la carne di peccato e riguardo al peccato condannò il peccato nella carne, affinché la giustizia della legge fosse compiuta in noi che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito (Rm 8,2-3). 
 
Il Cristo fatto da donna, fatto sotto la legge (Gal 4,4) è entrato all’interno della Legge non per spezzarne il giogo ma per renderlo soave, non per abolirne i sacrifici ma per portarli a compimento nel suo Sacrificio, non per sciogliere dal vincolo dei suoi precetti ma per dare la grazia di adempiere la giustizia della Legge a coloro che, credendo in Lui, camminano secondo lo Spirito. Ascoltando Gesù e vedendo la sua vita, per il dono dello Spirito, si tocca con mano che Egli adempie le Scritture e che tutto quello che dice e fa è l’esatta realizzazione di esse. La fede consiste nel cogliere questo esatto rapporto che intercorre tra il Cristo e le Scritture fin nei minimi particolari, come subito aggiunge. L’Evangelo registra con cura questa progressiva conoscenza dei discepoli del Cristo che li porta a scoprire questo nesso e quindi a credere in Lui. Basti una sola testimonianza: Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Gv 20,8-9).

In verità (lett.: Amen). Con questa parola Gesù definisce se stesso come insegna l’Apostolo nell’Apocalisse: Queste cose dice l’Amen, il Testimone fedele e veritiero, il Principio della creazione di Dio (3, 14). Il Cristo è l’Amen della Legge e la rende perciò stabile e incrollabile, quanto il cielo e la terra, fin nei minimi particolari. Finché sussistono il cielo e la terra la Legge mantiene tutto il suo valore fin nei minimi segni di essa così come il Cristo l’ha suggellata portandola a compimento. 
 
Dicendo: senza che tutto sia avvenuto, il Signore mette in luce che vi sono nella Legge dei misteri annunciati che ancora devono compiersi. Il discepolo è così avvertito a cogliere tutta la divina Parola e a scrutarla con amore fin nei minimi particolari per cogliere tutta la ricchezza del mistero ivi racchiuso. Egli può compiere questo solo alla sequela del Cristo per il dono dello Spirito Santo. Certamente uno dei misteri contenuti nella Legge è il parziale indurimento del cuore d’Israele, per cui la Legge non cessa di custodirlo e di esortarlo ad accogliere il Cristo e a provocare in lui la supplica che il velo sia tolto quando viene letto Mosè perché a viso scoperto possano contemplare la gloria di Dio che risplende sul volto di Cristo (cfr. 2Cor 3,15-18)

Poiché la Legge forma un tutt’uno indivisibile, nulla di essa può essere sciolto. Così insegna l’Apostolo Giacomo: Chiunque osserva tutta la legge, ma la trasgredisce anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto (2,10) e l’Apostolo Paolo sottolinea come, secondo la Legge, la trasgressione comporti la maledizione: Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle (Gal 3,10). Probabilmente essi sono quelli elencati in seguito dal Signore all’interno dei grandi precetti come «non adirarsi, non guardare una donna col desiderio di lei». Sono proprio questi che portano a compimento la Legge e nell’esecuzione dei quali la nostra giustizia supera quella degli scribi e dei farisei. Questi minimi precetti, insegnati dall’Evangelo, mettono in risalto che ciò che è minimo è fondamento di quello che è grande, al contrario i farisei, con le loro sottili interpretazioni, annullano la Parola di Dio come dice il Signore in 15,1-9. 
 
Qui il Signore contrappone Dio ha detto a voi invece dite. La tradizione degli uomini rende inefficace la Parola di Dio e così l’osservanza è svuotata del suo interiore significato. Non solo si scioglie e si annulla ma si insegna così anche agli uomini usufruendo della propria autorità in rapporto alla Legge. Questo comporta l’esclusione dal Regno, come intende significare il termine minimo che non significa una gerarchia perché in questo caso il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di Giovanni (11,11). A questo si contrappone colui che farà e insegnerà come dice di Gesù l’inizio del libro degli Atti: «Nel mio primo libro ho esposto, o Teofilo, tutte le cose che Gesù cominciò a fare e insegnare» (1,1). Gesù è quindi il modello dell’insegnamento che scaturisce dall’obbedienza alla Legge (fece/farà). Chi agisce in questo modo è chiamato grande, titolo tipico del Cristo, e quindi partecipa alla sua gloria.
 
Nell’osservare i minimi precetti si esige una giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei. Ora questa è la giustizia contenuta nell’Evangelo, giustizia di Dio in virtù della quale la Legge è adempiuta. L’Apostolo così ci insegna: Nell’Evangelo si rivela la giustizia di Dio da fede in fede (Rm 1,17). La giustizia divina si comunica al credente come forza che lo porta all’obbedienza ai minimi precetti che l’Evangelo rivela come il compimento della Legge stessa. Senza questa giustizia, fondata sulla fede, non è possibile osservare i minimi precetti e quindi non si osserva integralmente la Legge e si cade pertanto nella trasgressione di tutta la Legge.

Agli antichi cioè ai padri come Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe e ai profeti come Mosè o uno degli antichi profeti (Lc 9,8) fu detto da Dio ciò che essi ci trasmisero e che noi abbiamo udito come è detto nel Salmo: Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli (78,3-4). Questa è la tradizione cioè la trasmissione di quella rivelazione di cui gli antichi furono depositari e che trasmisero. Agli antichi furono date le dieci Parole tra cui: Non ucciderai (Es 20,13; Dt 5,17). L’omicidio, come altrove dice, ha la sua origine nel cuore: «Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi…» (15,19). 

Ma io vi dico sta in rapporto a fu detto e ha la stessa autorità. Gesù, nel suo insegnamento, non semplicemente riceve e trasmette ciò che fu detto ma è la sorgente della rivelazione. In Lui si ode la voce di Colui che ha parlato agli antichi e non di uno che ha ascoltato la parola divina trasmessa agli antichi e che ora ripete e acutamente interpreta. In Lui l’antica parola giunge a pienezza. 
 
Chiunque si adira. È il movimento interiore dell’ira che altera il rapporto con l’altro. Questa è in noi, come c’insegna l’Apostolo Paolo, ed è una delle nostre membra terrene: Fate dunque morire le membra che sono sulla terra… Deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione… (Col 3,5-8). L’inganno che l’ira adduce è quello di essere giusti, ma, in realtà l’ira dell’uomo non opera la giustizia di Dio (Gc 1,20). L’Evangelo precisa: «Adirarsi col proprio fratello», con colui che non è più per natura figlio dell’ira (Ef 2,9); pertanto non ci si può più adirare se non si vuole essere colpiti dall’ira divina come accadde al servo senza misericordia (vedi 18,34: «adiratosi»). 
 
Stupido (lett.: rakà). La parola aramaica, il cui significato è probabilmente: «imbecille, pazzo, insensato», «senza cervello» (Girolamo), è espressione propria di chi è adirato, come riferisce Agostino che aveva interrogato un ebreo e Basilio commenta: «È un vocabolo che in quella lingua esprime un’offesa assai lieve, usata nei confronti di persone con le quali si ha confidenza» (Regole brevi, 51). In questa espressione Gesù raccoglie tutte le parole offensive e senza senso che si pronunciano sotto l’impulso dell’ira. Chi agisce in questo modo è citato davanti al tribunale supremo per essere giudicato.
Il dire poi pazzo o stolto è una grave offesa perché nella divina Scrittura è il contrario di sapiente (cfr. Dt 32,6) che è colui che ha un’esatta conoscenza di Dio (Gr 5,21: Popolo stolto, senza cuore perché ribelle (ivi, 23) avendo abbandonato il Signore per gli idoli. Il suo parlare è stoltezza (Is 32,6: Afferma errori intorno al Signore) e nega Dio (Sal 14,1: Lo stolto pensa: non c’è Dio). Chi condanna il fratello «che ha ottenuto la grazia della sapienza divina» (Cromazio), è reo della Geenna del fuoco, cioè della condanna eterna.
 
Dunque, è una conclusione che collega al precedente. Si potrebbe pensare che là è il fratello che subisce la nostra ira, qui egli ha qualcosa contro di noi: è il malanimo causato dalla nostra ira.
 
Il tuo dono, il sacrificio è l’atto cultuale più alto previsto nella legge; esso ha delle regole ben precise che tuttavia devono essere interrotte per riconciliarsi con il fratello; nemmeno il sacrificio è superiore alla riconciliazione. Anche nella nuova alleanza l’atto di culto non può essere compiuto senza la riconciliazione, come insegna l’apostolo Paolo: Per quello che sta in voi vivete in pace con tutti (Rom 12,8).
 
E lì ti ricordi, per il dono dello Spirito Santo che mette in luce le disarmonie nella comunione fraterna. È quanto insegna il Signore per bocca del profeta Zaccaria: Ecco ciò che voi dovrete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo; veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte delle vostre città. Nessuno trami nel cuore il male contro il proprio fratello; non amate il giuramento falso, poiché io detesto tutto questo - oracolo del Signore - (8,16-17). Allo stesso modo in Siracide è scritto: Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore; chi perdonerà i suoi peccati? (28,3-5). Prima, è una priorità assoluta che è sopra ogni altro comando; è simile a quella di anteporre il Regno a tutto.

L’avversario è la Legge. Essa non giustifica ma giudica e quindi condanna ogni trasgressione soprattutto il nostro agire contro il fratello. Allo stesso modo Elia fu per Acab un nemico perché lo condannò nelle sue trasgressioni soprattutto nell’episodio di Nabot (1Re 21). Mettersi d’accordo (lett.: essere di buon animo) significa cogliere il giudizio della Legge che, essendo spirituale, condanna le opere della carne e credere all’Evangelo nel quale la Legge trova il suo compimento e ogni giustizia viene adempiuta. Colui che obbedisce all’Evangelo si accorda pure con la Legge. Questo accordo avviene lungo la via cioè in questa vita. Infatti la Parola sia dell’uno che dell’altro Testamento ci accompagna e, dopo aver sradicato in noi il male, ci consola e ci scalda il cuore come avvenne ai discepoli lungo la via verso Emmaus (cfr. Lc 24,26.32).
 
Il rifiuto di questo giudizio della Parola lungo il cammino della vita porta a essere consegnati al giudice cioè a Dio stesso il cui giudizio è contenuto nella Parola che ha in Cristo la sua pienezza come Egli stesso dice: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno» (Gv 12,49). La guardia, che custodisce nel carcere, è il satana. La giustizia allora sarà rigorosa.

Poiché il debito è inassolvibile, fino all’ultimo spicciolo (lett.: quadrante) significa non uscirne mai. Allo stesso modo il servo privo di compassione è consegnato agli aguzzini fino a che non abbia restituito tutto il suo debito (18,34). La riconciliazione con il fratello e con la Parola di Dio è necessaria se non si vuole cadere nella rigorosa giustizia di Dio che rende incapaci ad assolvere il nostro debito.
 
Come è scritto nelle Dieci Parole: Non commetterai adulterio (Es 20,14). Già il Siracide ammonisce: Non fissare il tuo sguardo su una vergine per non essere coinvolto nei suoi castighi (Sir 9,5) e poco più avanti dice: Per la bellezza di una donna molti sono periti; per essa l’amore brucia come fuoco (ivi, 7). Per questo il saggio prega: Non mettermi in balia di sguardi sfrontati (23,4-6) e Giobbe afferma: Avevo stretto con gli occhi un patto di non fissare neppure una vergine (Giobbe 31,1). La donna può essere quella sposata. Vedi Gn 3,12: La donna che mi hai posto accanto. Il desiderio è condannato dal nono comandamento: Non desiderare la donna del tuo prossimo (Es 20,17).
 
Il cuore è il luogo del desiderio e qui si consuma l’adulterio dello sguardo. Infatti dice il Signore: Dal cuore infatti escono i cattivi ragionamenti: omicidi, adulteri, fornicazioni… (15,19). Solo il cuore puro, che è creato dal Signore (cfr. Sal 51,12), può vincere i desideri che sono in noi.
 
L’occhio destro è assai importante nella divina Scrittura come è testimoniato in Zac 11,17 e in 1Sam 11,2. La sua importanza è forse dovuta al fatto che vediamo nella parte destra la parte più importante. Dopo aver parlato delle membra interiori nelle quali si consuma il peccato, il Signore ora comanda di intervenire su di esse senza compassione come un medico che non teme di amputare un membro malato per salvare il resto del corpo. Il Signore comanda di cavare l’occhio destro quando questi scandalizza con «la concupiscenza degli occhi» sulla quale il mondo è basato (cfr. 1Gv 2,16). Cavare equivale a quanto insegna l’Apostolo in Col 3,5: Fate dunque morire le membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità…
 
Il Cristo ha già operato questa morte in noi dell’uomo vecchio come ha detto precedentemente: Voi siete morti, infatti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (ivi, 3). Poiché siamo morti dobbiamo far morire queste membra nelle quali ancora è presente la legge del peccato, che opera mediante la concupiscenza. Questo esige violenza contro quello che l’occhio ci propone e che trova corrispondenza nei desideri del cuore. Questa è la lotta continua e ci trova vittoriosi solo mediante la fede.
 
Ora è conveniente per ognuno di noi che perisca uno di questi nostri membri che sono sulla terra e che appartengono all’uomo vecchio: Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni (Col 3,10). La recisione di queste membra terrene salva tutto il corpo dalla Geenna cioè lo riscatta dalla corruzione. Solo in Cristo si è spogliati dell’uomo vecchio e si vive nella verità del nuovo.

La destra è quella che indica le azioni nobili e gloriose. Vedi Es 15,6: «La tua destra, Signore, terribile per la tua potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico». Al contrario essa ti scandalizza facendoti compiere opere spregevoli. Se è così, tagliala con il pentimento e la conversione e gettala via da te compiendo il bene in modo che, cessato l’agire malvagio, tu non te ne vada nella Geenna nella quale finisce la via della perdizione.

È la legge espressa al cap 24,1-4 del Deuteronomio sintetizzata e generalizzata. Infatti all’epoca del Signore, come sappiamo da altre parti dell’Evangelo (19,3-9), si era giunti a pensare che «per qualsiasi motivo», si potesse ripudiare la propria moglie. Nella citazione acquista particolare rilievo l’atto di ripudio (lett.: il libello del ripudio) come documento dell’avvenuto divorzio e dell’impossibilità di tornare dal marito se è stata di un altro.
 
L’insegnamento del Signore è chiaro ed è guidato dal disegno originale di Dio sull’uomo e la donna, come dice in seguito. Le conseguenze, che il Signore vuole evitare, sono l’adulterio. Poiché il matrimonio è indissolubile, la donna, che è stata ripudiata, commette adulterio e chi la sposa è adultero. Resta da interpretare l’espressione eccetto il caso di unione illegittima (lett.:eccetto il precetto sulla fornicazione). Il termine «fornicazione» con ogni probabilità è la traduzione della parola «nudità» presente in Dt 24,1. La parola designa il rapporto sessuale come cogliamo in Lv 18,6-18. Essa è tradotta nei LXX con «azione vergognosa» e nel Targum aramaico con «trasgressione di un ordine». Qui, nell’Evangelo e in At 15,20.29 è resa con «fornicazione» perché designa i rapporti di parentela proibiti dalla Legge e che quindi impediscono al matrimonio di sussistere. Il Signore non abroga il precetto sulla fornicazione ma lo include nell’Evangelo come avviene anche nella comunità di Gerusalemme secondo la testimonianza degli Atti. Quando infatti nella carne esiste un rapporto sia nell’ordine della natura (stretta parentela) che in quello del patto (matrimonio) non si può contrarre un nuovo rapporto: questi è nullo. 

Il giuramento falso è condannato in Lv 19,12: Non giurerete nel mio Nome in modo falso e in Zc 5,1-4 il Signore invia la sua maledizione sulla casa di chi giura nel suo Nome in modo falso. L’adempimento è richiesto sia in Nm 30,3 secondo quanto esce dalla sua bocca così farà e in Dt 23,22 dove la Legge esorta a non tardare ad adempiere il voto. Allo stesso modo il Salmo 50,14 afferma: Adempi riguardo al Signore i tuoi voti. È lo stesso insegnamento contenuto in Qo 5,2-6. Data la gravità del giuramento il Siracide consiglia: Non abituare la bocca al giuramento, non abituarti a nominare il nome del Santo (23,9) infatti: un uomo di molti giuramenti si riempie d’iniquità (ivi, 11). Lo spergiuro e il non adempimento comportano la profanazione del nome di Dio (Lv19,12), la sua maledizione (Zc 5,1sg) e infine far peccare la propria carne (Qo 5,5).
 
Alla proibizione dell’A.T. di non giurare in modo falso, Gesù sostituisce: non giurare mai, perché tra il giuramento e il parlare nei fedeli non ci deve essere nessuna differenza. Egli vieta di giurare per il cielo perché è il trono di Dio come egli stesso dice: Il cielo e il mio trono (Is 66,1). Con il termine cielo non s’intende questo cielo visibile ma il luogo della dimora divina e uno degli stessi nomi di Dio come si coglie dall’espressione «Regno dei cieli» che equivale «Regno di Dio». Il cielo qui nominato fa parte integrante della Gloria di Dio come apprendiamo dalla visione di Ezechiele: Al di sopra delle teste degli esseri vi era una specie di firmamento, simile ad un cristallo splendente, disteso sopra le loro teste (1,22).
 
Il Signore non vuole che si giuri per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi (cfr. Is 66,1). Essa è quindi a Lui assoggettata e ripiena della sua gloria. Gerusalemme è definita la città del grande Re: secondo il Salmo 48,3 l’espressione è interpretata tradizionalmente come messianica. Nel giuramento non si può coinvolgere né Dio né le realtà che sono ripiene della sua presenza (il cielo) o della sua gloria (la terra) o che hanno un particolare riferimento a Lui (Gerusalemme). È vano il tentativo di diminuire la gravità del giuramento giurando per realtà inferiori perché anche queste sono santificate da Lui, infatti in quel tempo anche sopra i sonagli dei cavalli si troverà scritto: “Sacro al Signore” (Zc 14,20).
 
Pur essendo noi nel corpo, esso non ci appartiene sia nell’ordine della creazione perché apparteniamo a Colui del quale siamo immagine, sia in quello della grazia perché, dice l’Apostolo: Non siete di voi stessi. Siete stati infatti riscattati a caro prezzo (1Cor 6,19). Nulla possiamo impegnare nel giuramento e quindi resta come unica possibilità la verità del parlare.
 
Anche l’Apostolo Giacomo, dopo aver vietato il giuramento, dice: Sia invece il vostro sì sì e il vostro no no e adduce come motivazione: perché non cadiate sotto il giudizio (Gc 5,12). Il di più, che non corrisponde alla verità, appartiene al maligno ed è quindi oggetto del giudizio divino. Il maligno infatti «introducendo la menzogna nel mondo, ha reso necessari i giuramenti» (Bonnard).

 




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