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Lectio divina della XXVII Domenica del Tempo ordinario - Anno C

Inserita il: 03/10/2019

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Lc 17,5-10
“Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”

In quel tempo, 5gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

CONTESTO E TESTO
La fede è il grande dono che abbiamo ricevuto e che la Parola di Dio di questa domenica ci invita a custodire attentamente e con fedeltà. Il profeta Abacuc, un profeta minore della tradizione di Israele, ci ricorda che “il giusto vivrà per la sua fede”. Il salmo 94 ci fa pregare la necessità dell’ascolto del Signore, che è sempre in dialogo con noi e la sua voce di pastore ci attrae e ci guida. 
 
L’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, gli ricorda di ravvivare il dono di Dio che ha ricevuto con l’imposizione delle mani di Paolo. Il dono il bene prezioso che gli è stato affidato è proprio la fede e che ci chiede di dare testimonianza di Cristo, Signore nostro.
 
Il Vangelo, tratto dal capitolo 17 di Luca, ci presenta proprio l’invocazione accorata dagli apostoli che dicono a Gesù: “Accresci la nostra fede!”, e la risposta paradossale di Gesù che mette in luce la potenza della fede: infatti ne basta un granello per operare grandi cose. E quelle cose che siamo chiamati a fare sono sempre frutto della grazia di Dio, opera del suo amore che accetta di passare attraverso di noi. E’ il valore della gratuità: “Siamo servi inutili”, ma così amati dal Signore da poter agire in suo Nome.

ACCRESCI IN NOI LA FEDE
Gli apostoli, che sono il fondamento della Chiesa, dicono al Signore: Accresci in noi la fede. La fede, come fiducia incrollabile in Dio, è l’unica forza che supera gli ostacoli costituiti dagli scandali e vince la nostra resistenza a perdonare e a pentirsi. Gesù risponde che la fede, come dono di Dio all’uomo, è tanto potente che una minima quantità, quanto un granellino di senape, è sufficiente per compiere cose naturalmente impossibili, ad esempio quello che un gelso (alla lettera: sicomoro) sia sradicato e trapiantato nel mare.
 
Il granellino di senapa è grande quanto una capocchia di spillo. Le radici del sicomoro sono così resistenti, che quest’albero può rimanere piantato nella terra per 600 anni, malgrado le burrasche e i venti. La domanda degli apostoli è importante perché ci fa comprendere come la fede sia dono del Signore e in quanto sottoposti alle prove, noi rischiamo di perderla. 
 
Infatti più avanti, nel Vangelo, troviamo l’inquietante interrogativo di Gesù: “Il Figlio dell’uomo venendo troverà ancora la fede sulla terra? (Lc 18,18:). Di fronte a questa possibilità ciò che conta non è tanto fare delle scorte quanto credere perché è proprio l’atto di fede, che agli occhi dell’uomo appare ben piccola cosa, ad avere in sé una forza straordinaria. 
 
Colui che crede, nella sua situazione di piccolo e povero ha in sé la forza di compiere ciò che è impossibile. Tutto questo si fonda sull’imperscrutabile disegno di Dio che sceglie i piccoli e i poveri e li fa eredi del Regno. Solo ponendosi in questa situazione, che ci è propria, e rinunciando ad ogni pretesa di merito obbligante il Signore, si può credere in modo efficace. 
Infatti ci può essere il rischio di trasformare la nostra stessa fede in un merito con il quale pensiamo di obbligare Dio a fare quello che gli chiediamo. Come la pretesa di avere con Dio un rapporto così privilegiato che lo obblighi a fare miracoli, proprio perché ci riteniamo giusti e a posto davanti a Lui. Ma l’autosufficienza esclude l’amore: chi ama dipende da colui che ama per una scelta libera, come insegna la parabola che segue.

La pericope precedente termina con la promessa che il gelso: vi obbedirebbe. La fede non diviene un potere simile alla magia, essa è un’umile soggezione al proprio Signore (5-6) in una totale dipendenza da Lui. Ora ritorna l’immagine della mensa per mettere in risalto due verbi che dicono il rapporto nostro con il Signore, come pure, per il suo grande amore, del suo rapporto con noi. Egli proprio perché ci ama e ci considera suoi discepoli, può dirci con fiducia: “stríngiti le vesti ai fianchi e servimi”. In noi lo richiede la nostra condizione di servi, in Lui l’amore con il quale ci ha amati sino alla fine (cfr. Gv 13,1ss).
 
Rimboccarsi la veste è uguale a cingersi i fianchi (Lc 12, 35-38). Negli Evangeli è usato solo da Luca. Servire è il termine sul quale Gesù fonda la differenza radicale tra il suo insegnamento e quello della tradizione dei maestri d’Israele come pure della filosofia pagana.

Avrà forse gratitudine verso quel servo? Il Signore non ci deve nessun ringraziamento perché di nulla è nostro debitore, noi siamo servi per natura, Egli quindi può comandarci senza che noi possiamo pretendere qualcosa da Lui. Ciò che è sorprendente però è che Lui ha assunto la natura del servo e in essa si è liberamente obbligato a servirci. 
Tutto avviene in un modo così mite e umano che ci è come impossibile coglierlo. Abituati a un rapporto forzato di dipendenza, come possiamo pensare che il Signore si è fatto servo? Solo l’amore può giungere a tanto ed è capace di capire ed accogliere questo mistero.

SIAMO SERVI INUTILI
Il testo greco si potrebbe tradurre più adeguatamente con: “Siamo servi non necessari”. Quello che è stato fatto per obbedienza al Signore non è qui definito inutile, ma l’espressione sottolinea l’umiltà dei servi: Poveri servi noi siamo. Abbiamo solo compiuto il nostro dovere e il nostro debito. Noi non abbiamo meritato la lode di Dio, e tutte le nostre buone opere non giustificano alcuna pretesa dinanzi a Lui . 
 
La pretesa del fariseo, al contrario, si fonda sul fatto di avere dei diritti davanti a Dio. (cfr. Lc 18,9-14; il fariseo e il pubblicano). Vedi al contrario R. Johanàn ben Zakkài: «se avrai praticato molto la Torah, non vantartene: perché per questo sei stato creato» (Sentenze dei Padri, 11,8).
 
Il termine greco tradotto con «inutili» contiene in sé l’idea di necessità a significare che Dio non ha nessun giovamento o utilità da noi, è tutto puro dono, è il suo puro amore che muove Dio a servirsi di noi. E’ la gratuità di Dio che chiede la nostra gratuità nell’amore. Perciò noi lo confessiamo Signore, nel senso che è tutto, e noi siamo servi inutili, cioè nulla. Possiamo ricordare Paolo che nella 1Cor 9,16 afferma: l’apostolo non ha nessuna ricompensa perché svolge un ministero affidatogli e comandatogli.
 
Il nostro riferimento è Cristo: è Lui il modello di dedizione assoluta e gratuita al Padre, è Lui che vogliamo seguire per essere figli nel Figlio. E’ Lui che ci nutre con il suo Corpo e il Suo Sangue per avere la forza di amare senza attendere riconoscimenti, ma anzi preparandoci al rifiuto e alla persecuzione, da accogliere come una grazia di condivisione con il suo mistero. 

IN ASCOLTO DEI PADRI NELLA FEDE
“La preghiera è luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo. L’anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l’anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
 
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l’anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole. 
 
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l’Apostolo dice: Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l’anima; chi l’ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
 
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza”.
 
(Dalle «Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo, Om. 6 sulla preghiera fatta con fede; 
PG 64, 462-466).

 




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