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Lectio divina della XXIV Domenica del Tempo ordinario - Anno C

Inserita il: 13/09/2019

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Lc 15,1-32
“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”

In quel tempo, 1si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola: 4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
 
CONTESTO E TESTO
Il Vangelo di Luca è stato definito proprio il “vangelo della misericordia”, perché, rispetto agli altri evangelisti, Luca dedica più spazio all’accoglienza e al perdono che Gesù fa verso i peccatori. E in particolare nel capitolo 15 sono narrate le tre parabole dell’amore misericordioso del Padre. Esaminiamo ora la struttura interna del capitolo 15:
 
vv. 1-2 introduzione
vv. 3-10 prima parte
vv. 11-32 seconda parte.
 
Lo stacco tra le due parti è dato dal v. 11a: disse ancora. Le prime due parabole sono strettamente collegate, la terza è sulla stessa linea, affine per il contenuto, ma si distingue dalle altre oltre che per la sua grande bellezza anche per la maggior complessità interna. 
 
I versetti d’introduzione c’informano sull’uditorio di Gesù. Notiamo il diverso atteggiamento delle categorie di persone che seguono Gesù: i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo, i farisei e gli scribi che mormoravano.

PRIMA PARTE
Chi di voi: il discorso tocca direttamente gli interlocutori di Gesù. Cento pecore: la grandezza di un gregge oscilla presso i beduini da 20 a 200 capi di bestiame minuto; chi possiede 100 capi ha un gregge di media grandezza, egli basta da solo a curarlo, senza ricorrere a guardiani e, quantunque non sia ricco, è benestante. Nel deserto: cioè all’infuori dell’altopiano centrale e della pianura di Esdrelon. La maggior parte del territorio era costituita, specie in Giudea, da aridi contrafforti montuosi e da sterminate lande desertiche. Per cui è normale per un gregge affidarsi a un continuo vagabondare in cerca di pascoli rari e stentati.
 
Va dietro a quella perduta: il pastore palestinese ha cura di contare il suo gregge la sera quando lo spinge nel recinto: la cifra di 99 sta ad indicare che il conteggio è appena avvenuto; tutti i conoscitori della Palestina sono concordi nell’attestare che è quasi impossibile che un pastore abbandoni semplicemente il proprio gregge al suo destino. Se deve andare alla ricerca di una bestia sperduta, egli affida il gregge ai pastori che condividono con lui il recinto del villaggio oppure lo sospinge dentro una grotta. Viene così sottolineata l’enorme differenza tra i sentimenti dell’uomo e quelli di Dio.
 
Il v. 7 usa la perifrasi vi sarà più gioia in cielo perché non si poteva attribuire un sentimento a Dio: ma il senso è «così Dio si rallegrerà di più...». Anche Matteo riporta questa parabola (18,12-14) ma il contesto è diverso, poiché è rivolta ai discepoli e cambia anche il significato. Mt vuole mostrare la sollecitudine che Gesù pretende dai capi nei confronti dei fedeli, in particolare di quelli che si smarriscono. Mentre Luca vuole dimostrare l’amore del Signore che gioisce per la conversione anche di un solo peccatore. La relazione di Mt è forse più fedele al sottofondo veterotestamentario di questa parabola, rappresentato da Ez 32.
 
In Palestina le donne usavano ornarsi la fronte con una catena di monetine, che rappresentano la loro dote, o il loro risparmio in caso di necessità. La dramma era una moneta d’argento di 4,39 gr. ed equivaleva a un denaro, che a sua volta rappresentava il salario giornaliero di un bracciante agricolo (Cfr. Mt 20,9-13): pertanto una dramma poteva considerarsi l’occorrente al fabbisogno giornaliero di una famiglia. Accende la lucerna e spazza la casa: l’abitazione di un centro agricolo del tempo di Gesù era molto oscura all’interno poiché riceveva luce solo dalla porta; l’impiantito era di terra battuta ricoperto di canne; per cercare una moneta occorreva dunque rimuovere le canne nella speranza di sentirla tintinnare e spazzare accuratamente l’impiantito setacciando la polvere rimasta sotto le stuoie.
 
La conclusione è identica a quella della parabola precedente. La gioia di Dio, che ritrova il peccatore, è la gioia di un Dio che vince quando perdona, di un Dio che vuole la salvezza dei peccatori. L’uso del futuro “ci sarà più gioia” si deve intendere in senso escatologico: Dio si allieterà al giudizio finale quando - accanto ai molti giusti - egli potrà pronunciare la sentenza di assoluzione anche sopra un peccatore pentito.
 
SECONDA PARTE
La terza parabola di questo capitolo, nota come «del figliol prodigo», dovrebbe più propriamente intitolarsi «dell’amore del Padre». Infatti, come nelle due precedenti, il centro focale del racconto non è tanto l’atteggiamento di chi si perde (in questo caso il figlio) quanto di colui che gli si muove incontro, cioè suo Padre. La parabola è affine per argomento alle precedenti, ma molto più ricca e complessa: è raccontato con dovizia di particolari l’abbandono della casa paterna da parte del figlio minore, così anche il ritorno e il dialogo del Padre con l’altro figlio. Tutto sovrabbonda sulla figura del Padre: è lui il centro, il fulcro della parabola, perché il suo amore simile a quello di Dio. Scopo di tutto il racconto è mostrare un amore che possa far capire come è grande l’amore di Dio. 
 
Disse ancora, è la parola separa questo nuovo racconto dai due precedenti. Al figlio minore, secondo Dt 21,17 spettava un terzo dei beni. Ma se la trasmissione avveniva durante la vita del padre il figlio otteneva la proprietà dei beni non però la disponibilità di usarli perché non poteva venderli, né l’usufrutto, che rimaneva al padre fino alla sua morte. Nella parabola invece il figlio chiede ed ottiene la disponibilità dei beni: significa che intende organizzare indipendentemente la sua vita. E il padre non si oppone. Non dice una parola e fa quello che il figlio gli chiede.
 
In un paese lontano: era molto frequente che gli Ebrei espatriassero: si calcola che a quei tempi vi fossero quattro milioni di Ebrei della diaspora e 500.000 ebrei palestinesi.
 
Andò a mettersi al servizio, alla lettera: si unì: egli si unisce a un cittadino pagano. Il verbo attaccarsi a qualcuno è utilizzato da Luca proprio per dire che non è lecito ad un giudeo unirsi a pagani. Dovendo occuparsi di animali impuri, egli rinnega praticamente la sua religione (cfr. Lv 11,7).
 
Carrube: un proverbio rabbinico dice: quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono. Rientrò in se stesso è un’espressione che significa pentirsi. 
 
Avendo già avuto e dilapidato la sua eredità, non aveva più diritto né al cibo né al vestito: doveva guadagnarseli. Per un orientale ormai avanti con gli anni quello descritto è un atteggiamento del tutto fuori del comune e poco confacente alla sua dignità, anche se avesse veramente fretta. Ma questo padre non bada alle consuetudini ma al figlio che ritorna. Lo baciò: il bacio è il segno del perdono (Cfr. 2Sm 14,33).
 
Il padre rovescia nel suo contrario la frase rimasta inespressa nel figlio, che avrebbe voluto guadagnarsi cibo e vestiti. L’abito di festa significava alta distinzione; in oriente non si usavano decorazioni per i dignitari meritevoli, ma vesti preziose. L’abito nuovo è segno del tempo della salvezza. Letteralmente è chiamata la prima veste con un riferimento alla condizione iniziale.
 
Anello e sandali: l’anello va concepito come un sigillo e si dà a chi è investito di pieni poteri, i sandali erano un lusso ed erano portati solo dagli uomini liberi, il figlio non avrebbe più dovuto camminare a piedi nudi come uno schiavo. Il vitello grasso: era molto raro mangiare carne e l’abbattimento del vitello ingrassato era occasione di festa per tutta la casa: l’invito a mensa è il segno della reintegrazione del figlio nella famiglia. Tutti devono sapere ed essere partecipi della ritrovata dignità del figlio. A proposito di tutto questo possiamo vedere Gn 41,42ss. 
 
Con un tipico parallelismo ebraico si ribadisce il mutamento avvenuto nel giovane.
 
La parabola (diversamente dalle altre) ha un secondo vertice, un secondo episodio. Nella reazione del fratello maggiore, a cui peraltro il padre si rivolge con grande affetto, Gesù vuol fare intravedere l’atteggiamento di scribi e farisei che contestano la sua predicazione ritenendosi puri e perfetti e rifiutando di credere che l’amore di Dio possa superare l’abisso del peccato (cfr. Rm 5,20). La caratteristica di quest’ultima parte della parabola è di non avere una conclusione, una morale: essa si arresta bruscamente, l’esito rimane aperto; gli ascoltatori di Gesù devono accettare se partecipare o no alla festa. Gesù non li condanna e conserva una speranza per loro di vincere il proprio egoismo. La difesa della Buona Novella si presenta così contemporaneamente come un rimprovero ed anche un tentativo di conquistare il cuore dei suoi avversari.
 
La parabola si chiude con l’espressione usata pochi versetti prima per descrivere la conversione del figlio e che richiama le chiuse delle altre due parabole; il culmine di tutto il capitolo 15 si ritrova proprio qui: nella gioia di Dio per i peccatori che si salvano. È la stessa gioia provata da Dio nella creazione; quando vide che ciò che aveva fatto era cosa buona: la conversione del peccatore lo riporta alla condizione primordiale di amicizia intima col Creatore.

 




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