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Lectio divina della XXIII Domenica del Tempo ordinario - Anno C

Inserita il: 05/09/2019

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Lc 14,25-33
“Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”



25In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30“Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così (=dunque) chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

CONTESTO E TESTO
Il tema delle letture di questa domenica è la sequela, il suo significato e le sue implicazioni. Nella prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, siamo invitati a desiderare la vera sapienza, che consiste nel ricercare costantemente la volontà di Dio. Il Salmo 89/90 ci fa pregare il Signore, nostro rifugio, proprio mentre ci rendiamo sempre più conto della fragilità della nostra condizione di creature, e nello stesso tempo lo invochiamo perché su di noi rimanga la dolcezza della sua Presenza, Egli che è il Signore, nostro Dio. 
 
L’apostolo Paolo, scrivendo all’amico Filemone, lo invita a considerare lo schiavo Onèsimo come un fratello, dal momento che è stato generato in Cristo e perciò non è più schiavo. La sua dignità di persona non può essere dimenticata, soprattutto ora che è un discepolo di Cristo. Questa seconda lettura è come una esemplificazione dell’insegnamento della Sapienza di Dio. 
 
Il Vangelo descrive la sequela di Cristo come la scelta radicale di considerare tutto secondario, anche le relazioni più intime della famiglia, rispetto a Cristo, a cui va il primato assoluto nella vita dei discepoli. E’ questa la più grande sapienza, espressa con le due parabole sulla sequela: la saggezza di chi volendo costruire una torre e fa prima bene i conti, o di chi si prepara a partire in guerra ed esamina molto bene le sue forze, per vedere se è in grado di affrontare e vincere il nemico. 

SE UNO VIENE A ME E NON MI AMA PIÙ DI…
Una folla numerosa andava con Gesù; «andare con», è usato in Lc anche in 7,11 e in 24,15 (detto di Gesù che va con i discepoli di Emmaus). Esternamente si va con Lui ma in realtà è andare verso di Lui (26) e andare dietro di Lui (27). Gesù rivela il perché ora Egli stia camminando verso Gerusalemme e come ne è coinvolto chi diviene suo discepolo. Le numerose folle rappresentano i popoli che, ricevendo il battesimo, seguono il Cristo. A tutti Egli si rivolge.
 
Un’altra interpretazione: Andare non significa necessariamente seguire. Le folle vanno con Lui ma ancora non lo seguono. Esse vanno per vedere i suoi segni, essere da Lui guarite ecc. Per questo Gesù pone loro la necessità della sequela e ne chiarisce le caratteristiche assolute.
 
Se qualcuno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre (lett.: e non odia suo padre, sua madre). Il verbo “odiare” qui non esprime un sentimento umano, che sarebbe contrario al Vangelo, ma si riferisce alla radicalità della sequela che Gesù chiede ai suoi discepoli. Siamo quindi invitati ad un amore esclusivo nei suoi confronti, tanto da essere disposti a rinunciare alla nostra vita per rispondere al suo amore. Perciò il termine odiare non va contro il quarto comandamento: onora tuo padre e tua madre (Es 20,12) e non esprime il sentire nella propria carne, perché quest’odio nasce dallo Spirito che è amore: è odio che distrugge il peccato e la mentalità mondana in noi per instaurare il Regno di Dio. 
 
È questa una parola dura che insegna al discepolo che nulla può essere anteposto alla sequela del Cristo e all’amore che lo lega a Lui, fino a condividerne la stessa morte. Questa sequela, anziché annientare il rapporto naturale con i genitori, la rende spirituale e quindi la centuplica (cfr. 18,29: Non c’è nessuno che abbia lasciato ... e non riceva molto di più nel tempo presente). 
 
Notiamo come la nuova versione traduca: e non mi ama più di quanto ami la moglie per la quale è scritto: I due saranno una sola carne (Gn 2,24), ma chi si unisce al Signore forma con Lui un solo spirito (1Cor 6,16s). Lo stesso per quanto riguarda i figli, i fratelli, le sorelle per i quali è scritto: amerai il prossimo tuo come te stesso, ma il Signore Gesù ci dice anche: mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (8,21). Una relazione che non è determinata dalla carne ma dallo Spirito santo.
 
E perfino la propria vita (alla lettera vita sta per anima) corrisponde a rinnegare se stessi (9,23). Senza questo distacco così radicale dalla propria esistenza e dai rapporti fondamentali di essa, non si può essere discepoli del Cristo. La relazione con Cristo è esigente, ma ci libera dalla schiavitù dell’io.
 
È illuminante l’accostamento a Dt 33,8-11. Il discepolo è messo alla prova in quello che ha di più caro e nelle relazioni che fortemente lo caratterizzano, per dare testimonianza del primato di Dio. Lo stesso troviamo nel testo del Deuteronomio per i figli di Levi: “a lui che dice del padre e della madre: Io non li ho visti; che non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli. Essi osservarono la tua parola e custodiscono la tua alleanza” (Dt 33, 9). Anzi il rapporto con il Signore e con il suo Vangelo, è più radicale e più forte di tutto. Questo porta come conseguenza di testimoniare il Vangelo della Croce, non solo con le parole ma soprattutto con la propria vita, come afferma subito dopo.
 
Perciò operato il distacco da tutto, l’altra condizione è portare la propria croce. Portare è un gesto fisico come è detto di Gesù: ed Egli portando la croce (Gv 19,17). Quindi è seguire Gesù che è condannato a morte e si sottolinea la disponibilità completa a dare la propria vita per Lui fino a condividerne la sorte piena di ignominia e di sofferenza.
 
Nelle pagine della nostra vita è scritto che incontreremo la Croce a noi destinata. Nel momento dell’incontro con Cristo ciascuno conosce come la sta prendendo e portando dietro a Lui. La croce si può prendere in tanti modi, soprattutto nel momento iniziale, cioè la conversione, che è quello più sconvolgente e nuovo rispetto alla vita precedente. 
 
Quando la Croce diviene quotidiana, duratura e unica perché sostituisce tutti i rapporti precedenti e si sostituisce ad ogni forma di amore e di relazione, allora essa è davvero la nostra e in noi è la stessa di Cristo. La Croce è il silenzio dell’esistere per se stessi ed è il puro amore verso Dio e verso gli altri. Più essa penetra in noi più immerge ci nel silenzio, da cui emerge l’amore puro.
 
Non va però dimenticato che così come siamo stati uniti alla Croce di Cristo lo saremo anche con la sua Risurrezione: risorti con Cristo avremo tutto quello a cui abbiamo rinunciato per amore suo, e non solo per breve tempo ma per l‘eternità. 

DUE PARABOLE SULLA SEQUELA
Le due parabole esprimono quanto Gesù dice della sequela quando non è radicale, che trova il suo riscontro nel modo di fare del proprietario della costruzione, il cui fabbricato rurale mezzo incompiuto suscita gli scherni, e nel grande esempio del re sceso in guerra, che ha sottovalutato l’avversario e deve arrenderglisi a discrezione.
 
San Gregorio Magno ci ricorda: «Dobbiamo programmare tutto ciò che facciamo. Ecco, secondo la parola di Gesù Cristo, se uno vuol costruire una torre, prepara il denaro necessario. Se, dunque, vogliamo costruire la torre dell’umiltà, dobbiamo prepararci contro gli ostacoli di questo mondo. E la differenza tra un edificio terreno e un edificio celeste è questa: che l’edificio terreno lo si costruisce raccogliendo il denaro che serve, quello celeste invece distribuendo e donando il denaro. Per quello i fondi li facciamo, raccogliendo ciò che non abbiamo; per il celeste, invece, lasciando anche quello che abbiamo» (Omelia 37,6).

CHI NON RINUNCIA A TUTTI I SUOI AVERI
Dunque, collega il discorso a quanto precede; prima di fare la scelta per Cristo, invita a far bene i calcoli e ad esaminare attentamente quanto si sta per scegliere, perché fare le cose a metà è peggio che non farle. Il pensiero di Gesù è radicale, come mostra la seconda parabola; perché chiedere la pace significa l’arrendersi senza condizioni. 
 
Così dunque, è la prima parola conclusiva del discorso che direttamente si riferisce ai beni materiali, ma indirettamente a tutto quanto precede. La parola greca tradotta con averi, nel Nuovo Testamento designa generalmente gli averi terreni (si trova 14 volte).
 
Così dunque, chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Il verbo rinunciare, corrisponde nelle parabole a calcolare (28) e a esaminare (31); rinunciare, già riscontrato in Lc 9,61, ha acquistato molta importanza nell’uso successivo per indicare la sequela del Cristo.

«Rinunciare è rendersi estranei al diavolo, e alle passioni della carne, alle parentele carnali e alle amicizie umane e a quella consuetudine di vita che si oppone all’integrità del Vangelo della salvezza. E cosa più necessaria ancora, è a se stesso che rinuncia chi si spoglia dell’uomo vecchio con le sue azioni» (S. Basilio).
 
Odiare (26), portare la propria croce (27), calcolare (28), esaminare (31) sono tutte azioni che si riassumono nel rinunciare; nel diventare cioè, estranei a tutti e a tutto, non per isolarsi in un vuoto egoismo, ma per entrare in una vera comunione con Cristo e in Lui con tutti e con tutto.
 
Il centro di tutto è il portare la Croce; perché nella Pasqua condivisa con Gesù, si verifica la nostra sequela e si attua nel modo più radicale. Qui infatti vi è l’amore per Cristo come sequela incondizionata e rinuncia totale. Le mani che abbracciano e portano la Croce non possono stringere per sé null’altro, se non Cristo. Cristo morto e risorto.

 




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