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Lectio divina della XXII Domenica del Tempo ordinario - Anno C

Inserita il: 29/08/2019

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Lc 14, 1.7-14 
“Quando sei invitato va a metterti all’ultimo posto”

 
1Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». 12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

CONTESTO E TESTO
Il tema delle letture di questa domenica è l’umiltà: una virtù difficile e spesso confusa con la debolezza e l’insignificanza, mentre l’umiltà è riconoscere la verità della nostra condizione, che diventa feconda quando si apre alla relazione e all’accoglienza e cede il primo posto agli altri. Il nostro Dio è umile, e in Gesù Cristo, si è fatto l’ultimo di tutti e il servo di tutti, rivelando così la vera grandezza della nostra condizione di figli nel Figlio. 
 
La prima lettura, tratta dal Siracide, ci raccomanda che quanto più si è in alto nella scala sociale tanto più è necessario mettersi all’ultimo posto: fatti umile! Il termine umiltà viene dal latino humilitas che a sua volta proviene da humus, cioè terra, da cui siamo stai tratti. È la verità della nostra condizione umana di creature. 
 
Il salmo 66/67 è un inno alla Provvidenza di Dio che non cessa mai di prendersi cura dei suoi figli, soprattutto dei più poveri. Egli è il Padre degli orfani e il difensore delle vedove. Il brano della lettera agli Ebrei che troviamo nella seconda lettura, ci invita a celebrare il dono di grazia che accompagna la nuova Alleanza, un dono gratuito che ci permette di accostarci alla celeste Gerusalemme e a Gesù, il Mediatore.
 
Il vangelo ci fa contemplare l’umiltà di Gesù che condivide la mensa con i poveri, i peccatori e persino con i farisei, e ci insegna, con l’esempio e la parola, ad occupare l’ultimo posto, per lasciare agli altri i primi posti.
 
STAVANO AD OSSERVARLO
Gesù è a tavola, di sabato, in casa di uno dei capi dei farisei. A quei tempi a tavola si trattavano i temi scottanti, si dialogava. Il sabato è il tempo di Dio e la mensa è il luogo dell’insegnamento di Gesù. Ed essi stavano ad osservarlo. Nel testo ufficiale italiano il soggetto è la gente, ma essi sono i farisei, nemici di Gesù. Stavano ad osservarlo (cfr. 6,7) perché conoscono già il suo comportamento e il suo insegnamento sul sabato.
 
Ora lo sguardo di Gesù si allarga agli invitati che si scelgono i primi posti. E’ un osservarsi reciprocamente: sia i farisei e che Gesù. Egli racconta loro una parabola. A prima vista, quanto il Signore sta per dire, appare più un dare le norme sul come stare a tavola, ma poiché questa è una parabola contiene un insegnamento nascosto.

METTITI ALL’ULTIMO POSTO
Quando sei invitato a nozze da qualcuno. Il termine nozze traduce una parola aramaica sottostante, che può significare sia banchetto che nozze. La scelta del termine nozze fatta dall’evangelista indirizza già l’insegnamento verso il Regno dei cieli. Da qualcuno, l’uso dell’indeterminato allude velatamente alla gratuità della chiamata divina. Non ti porre al primo posto, come chiederanno i figli di Zebedèo al Signore , ma il Signore li corregge. (cfr. Mt 20,20-28). Dopo questo episodio, in alcuni testi antichi dei vangeli, troviamo questi insegnamenti sul posto a tavola.
 
E venendo Colui che ha invitato te e lui. Venendo è il termine tipico della parusia.
 
Ed allora comincerai con vergogna ad occupare l’ultimo posto: perché nel frattempo gli altri posti sono stati occupati. La vergogna è la confusione propria di chi non ha ascoltato la Parola di Gesù e si trova sprovveduto davanti a Dio.
 
L’ammonimento di scegliere l’ultimo posto rivela il mistero dell’Incarnazione. All’attuale umiliazione, cui Gesù volontariamente si è sottomesso, succederà la glorificazione e lo stesso accade al discepolo che lo segue. Egli lo vuole all’ultimo posto per rimanere con Lui e perché il Padre, nell’ultimo giorno, gli dica: Sali verso un posto più alto. E allora avrai gloria. È la gloria stessa del Cristo che viene comunicata al discepolo.
 
Questa sentenza dice il capovolgimento operato al momento del giudizio finale: infatti l’uso del futuro rimanda a quel momento e il passivo sarà umiliato/sarà esaltato sottolinea l’azione divina. In tal modo la regola della mensa diviene punto di partenza per un ammonimento escatologico che mira al banchetto celeste, invita alla rinuncia a ogni pretesa di autogiustificazione dinanzi a Dio e ad un’umile considerazione di se stessi.

INVITA QUELLI CHE NON POSSONO RICAMBIARTI
La conversazione del Signore prosegue; dopo essersi rivolto agli invitati, ora si rivolge all’ospite e infine a uno dei presenti (vv. 15ss.) con la parabola della grande cena che conclude questa conversazione.
 
Non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, al contrario di come afferma invece un antico proverbio: il rango degli ospiti onora chi invita.
 
E tu abbia il contraccambio qui in questa vita. Come infatti l’elemosina, la preghiera e il digiuno vanno compiuti davanti a Dio che vede nel segreto, così la misericordia verso i poveri anticipa il momento della risurrezione dei giusti quando il Signore, padre degli orfani e difensore delle vedove (Sal 68,6), darà a ciascuno secondo le sue opere. Il dono ai poveri è prescritto dalla Legge (cfr. Dt 14,28-29). Esso è il segno della benedizione di Dio alla terra. Gesù lo rende segno dell’agire di Dio, la cui benedizione è la risurrezione riservata ai giusti.
 
Chiamare poveri, storpi, zoppi e ciechi vuol dire imitare Dio nel giorno del giudizio, come rivela la parabola che segue. Infatti il pranzo e la cena, pasti quotidiani, sono diventati un banchetto. È il banchetto del Regno di cui parla Gesù. Quando si prende gloria gli uni dagli altri e non si cerca la gloria che viene da Dio solo (cfr. Gv 5,44) non si può credere alle parole di Gesù e ci si chiude nella propria casta disprezzando coloro sui quali Dio ha già posto il suo occhio per farli eredi del regno, come dice l’apostolo Giacomo: “Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno che ha promesso a quelli che lo amano?” (2,5). Le quattro categorie di poveri, qui elencate, sono le stesse che accolgono l’invito alla festa di nozze di cui parla la parabola.
 
L’insegnamento di Gesù afferma che la chiamata divina è gratuita e che gratuito deve essere l’agire di noi suoi discepoli per ottenere la ricompensa nella risurrezione dei giusti. Giusti si è quando si agisce con la stessa bontà e gratuità divina. La parola di Gesù opera un rovesciamento. Si è infatti portati a invitare i propri simili. Gesù vuole che l’invito si estenda piuttosto ai poveri. «Il parlare in blocchi contrapposti – “non invitare i tuoi amici … ma invita i poveri” – è tipico del linguaggio semitico e può tradurre: “non invitare soltanto gli amici... ma invita piuttosto i poveri». La vera gioia non è tanto stare con i propri amici ma con coloro che Dio ha scelto, i poveri, che sono gli amici di Dio. Essa si fonda sulla speranza della ricompensa divina. 

IN ASCOLTO DEI PADRI
“Gesù pronuncia un detto divenuto celebre: «Chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato». Di fronte a Dio ogni uomo è posto nella giusta collocazione, e la mano del Signore compie l’esaltazione degli umili e l’abbassamento dei superbi (cf. 1Pt 5,5-6), come canta il Magnificat (cf. Lc 1,46-55). Occorre però ricordare che la cosiddetta «umiltà» è una virtù difficilissima da vivere, sulla quale sarebbe meglio tacere, perché si rischia di ingenerare atteggiamenti perversi, alla ricerca di meriti speciali, finendo per incoraggiare proprio quei comportamenti contestati da Gesù. Meglio sarebbe parlare di «umiliazione», perché solo accogliendo le umiliazioni che ci vengono da noi stessi, dagli altri e da Dio potremo scoprire la nostra radicale povertà e accedere all’umiltà: solo chi accetta le umiliazioni e le assume nella fede è davvero umile! 
(Enzo Bianchi – Comunità di Bose)

“Colui che è arrivato per primo ignora se il padrone abbia invitato persone più degne di lui. Vi è prima il raffronto con la sinagoga e poi quello all’interno della Chiesa. La frase: chi si umilia... ricorre più volte nell’Evangelo – penso a un’applicazione concreta – 2Cor 11,7 Paolo dice: mi sono abbassato per innalzare voi e questo è avvenuto quando vi ho annunziato il Vangelo gratis. Quando uno nel predicare l’Evangelo rinunzia ai diritti stessi che l’Evangelo gli dà, si mette in una posizione reale di umiliazione – 2Cor 12,21: è vero che anche nei confronti degli amministratori dei beni di Dio, bisogna stare attenti perché Dio ha dei mezzi potenti... basta che sgarrino che vi sono mezzi potenti di umiliazione. Non immaginavo che questi casi entrassero in questa parola dell’Evangelo”. 
(Don Giuseppe Dossetti, comunità di Monteveglio)

 




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